Prestare i libri e la realtà secondo Cortázar

Amici, sìore e sìori, buon venerdì!

Oggi la casa propone pesce e Cortázar e una bozza di bianco alsaziano | c’è stato un periodo della mia vita, conseguente a un corso per sommelier, mai terminato, che associavo senza soluzione di continuità scrittori a vini, vini a scrittori, a famiglie di vini, diciamo, e allora Cortázar era un bianco di quelli raffinati e francesi per via della sua prosa e della sua “r”, Borges un metodo classico, Rulfo un nobilissimo rosso piemontese, di quelli rari, Thompson un assenzio, ma che te lo dico a fare, Arlt un rosso in offerta, al supermercato, che costa poco ed è fenomenale, e poi altri, tanti altri, da qualche parte devo avere un file, non ci giurerei.

Il venerdì è storicamente il giorno in cui si parla delle nostre esperienze di prestatori di libri di Cortázar.

Quando è capitato a me, la persona migliore che conosca mi ha detto: “Non mi piace perché mi fa sentire stupida”. E poi ha detto: “Non si capisce niente”.

Il libro in questione era Storie di cronopios e di famas.

Dopo il dispiacere iniziale sono andato a parlare direttamente con lui, con Julio Cortázar, che mi ha ricordato, una volta di più, perché è lo scrittore campione del mondo e perché vado a correre ascoltando in cuffia la sua intervista a Joaquín Soler Serrano.

Il numero Uno racconta un trauma infantile, uno dei più grandi, quando, a undici anni, presta un libro di Jules Verne, definito “un maestro” – nello specifico trattasi de “Il segreto di Wilhelm Storitz”, uscito postumo nel 1910 – a un compagno di classe, con tutto l’entusiasmo e la commozione di cui era capace, “sperando che l’amico si meravigliasse tanto quanto me”.

Il piccolo bastardo restituisce il libro due giorni dopo, con sdegno, e dice: “No, demasiado fantástico”

“Quel giorno – spiega Cortázar – senza che potessi rendermene conto e senza razionalizzarlo, nella mia ignoranza di bambino, capii che la mia nozione del fantastico non aveva niente a che vedere con la nozione del fantastico che poteva avere mia mamma, mia sorella o un mio amico. Scoprii che mi muovevo con naturalità nel territorio del fantastico senza distinguerlo troppo dalla realtà. Che potessero accadere avvenimenti fantastici in un libro, oppure all’atto pratico, nella mia vita, era qualche cosa che accettavo senza protestare e senza scandalizzarmi. E mi scontravo con un sistema sociale, e questo è il vero scandalo, che riduce immediatamente il fantastico in maniera razionale: è una casualità, è una coincidenza, è un’eccezione. Tutti modi per respingere la minaccia. La realtà per me è dove fantastico e reale si intrecciano quotidianamente”.

E per noi cos’è il fantastico?

È fantastico prestare i libri di Julio Cortázar?

È più fantastico vederseli restituire?

¡Buenas salenas cronopio cronopio!

togo!
togo!

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